C’erano una volta le classi differenziali (fantasmi del passato che ritornano

Mag 3, 2024 | Attualità, Opinioni


Laura Orsenigo. Giornalista professionista, brianzola, dopo diverse esperienze in tv, riviste di settore e web, dal 2018 collabora con il Giornale di Segrate. Mamma di tre figli, impegnata nel sociale sul territorio.


“Disabili in classi separate”, il generale Vannacci ha lanciato una delle sue innumerevoli bombe nel dibattito pubblico, per poi cercare di disinnescarla il giorno dopo dicendo di “essere stato frainteso”. E se in un primo tempo nell’intervista a La Stampa parlava di classi con “caratteristiche separate”, il giorno dopo ha modificato il tiro con “strutture adeguate e dedicate”. Concetto più sfumato, ma la sostanza, a nostro avviso, non cambia. I bravi stiano con i bravi, gli altri da qualche altra parte.

Lo si comprende bene leggendo le altre dichiarazioni-satellite che delineano il Vannacci-pensiero: “La scuola dovrebbe essere come lo sport, dove si mettono insieme le persone con prestazioni simili” oppure: “Sono convinto che la scuola debba essere dura e selettiva, perché così sarà poi la vita”.

Considerazioni , mi viene da dire, “da bar”, che colpiscono la pancia del paese, ma che ci fanno tornare indietro di colpo di decine di anni.

Perché il tema della disabilità a scuola è uno dei quei temi che ha subito una enorme evoluzione negli ultimi 40 anni. Un percorso che è iniziato con l’abolizione delle “classi differenziali” e delle “scuole speciali” (eh già, c’erano le classi separate fino agli anni 70), l’introduzione dell’insegnante di sostegno e l’evoluzione del concetto di “inserimento” in “integrazione” e “inclusione”. Parole forse abusate nel linguaggio comune, ma che hanno un peso e un valore enorme, che va in tutt’altra direzione rispetto alle parole “prestazione” o “selezione” usate da Vannacci.

Parole che non sono retorica, ma vita concreta, sforzo quotidiano, per oltre 300mila famiglie. Tanti sono i ragazzi disabili (fonte Ministero dell’Istruzione dati 2020/21) nelle scuole italiane. Pari al 3,6% del numero complessivo degli alunni. Seguiti da 184mila docenti per il sostegno. Numeri in crescita costante negli anni: una parte importante dell’universo della scuola.

Perché questo significa integrazione: far parte.

E basta leggere le “Linee guida per l’integrazione scolastica degli alunni con disabilità” del Ministero dell’Istruzione per comprendere il senso profondo di questa parola: “La scuola è una comunità educante, che accoglie ogni alunno nello sforzo quotidiano di costruire condizioni relazionali e situazioni pedagogiche tali da consentirne il massimo sviluppo. Una scuola non solo per sapere dunque ma anche per crescere”.

Crescere nelle relazioni, crescere nel confronto, crescere nel rispetto, crescere ognuno secondo i propri tempi e percorsi. Questo dovrebbe fare la scuola, prima ancora che insegnare nozioni.

Lo diceva già 120 anni fa una antesignana dell’inclusione: Maria Montessori. Forse non tutti sanno che iniziò proprio in una scuola di bambini speciali: “frenastenici” li chiamavano, ed erano divisi tra “idioti” e “imbecilli” (davvero questi erano i termini “scientifici” utilizzati). Montessori si rese subito conto che a questi bambini mancavano semplicemente gli stimoli giusti per sviluppare il proprio potenziale: fondò la scuola Ortofrenica e in pochi anni i suoi piccoli allievi speciali riuscirono a superare brillantemente gli esami di licenza elementare, meglio dei compagni “normali”.  “Per me i ragazzi del manicomio raggiungevano quelli normali agli esami pubblici solo perché avevano seguito una via diversa – commentò Montessori – essi erano stati aiutati nello sviluppo psichico e i fanciulli normali erano stati invece soffocati e depressi”.

Da quella esperienza Maria Montessori sviluppò un metodo adatto a tutti i bambini, davvero inclusivo perché poneva al centro il bambino, lasciato libero di sviluppare la propria naturale intelligenza e curiosità secondo le proprie inclinazioni. Un metodo ancora oggi all’avanguardia che alla base ha il concetto di indipendenza, il famoso: “Aiutami a fare da solo”.

Eppure oggi, nel 2024, c’è chi dice che “la scuola deve essere dura e selettiva, perché così sarà poi la vita”. Quale vita? Quale società? Perché è proprio lì, sui banchi che si forma e, con grande fatica, si cerca di migliorare. Altrimenti a cosa serve la scuola? Rispondiamo con una frase ancora di Maria Montessori: “Evitare i conflitti è compito della politica – diceva –  costruire la pace è compito dell’educazione”.

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