Oltre 5 milioni di stranieri vivono in Italia, con circa 339mila irregolari: un quadro stabile che, secondo gli esperti, permetterebbe politiche strutturali su un fenomeno che sostiene demografia e lavoro. Le nuove norme però restringono le regolarizzazioni, mentre resta centrale il ruolo dell’accoglienza e dei territori che investono nell’integrazione.
I numeri tra demografia, scuola e lavoro
Il fenomeno migratorio conferma di funzionare come un ammortizzatore demografico che pur non risolvendo i problemi di denatalità, invecchiamento e spopolamento italiani ne rallenta l’evoluzione. La popolazione straniera, d’altronde, risulta seguire le medesime dinamiche economiche della popolazione italiana, non andando per esempio a ripopolare aree spopolate bensì prediligendo zone più vivaci dal punto di vista dell’offerta lavorativa. Proprio rispetto al tema del lavoro, si ricordano gli appelli passati di Confindustria, secondo cui vi sarebbe stato bisogno di almeno 120mila lavoratori stranieri all’anno per i prossimi cinque anni, per un totale di 610mila nuovi ingressi, al fine di mantenere i ritmi di crescita economica previsti.
Un altro ambito interessato nello specifico dalle ricerche di ISMU è stata la scuola: i dati parlano di 930.000 studenti di nazionalità non italiana, ossia l’11,6% dell’intera popolazione scolastica (dall’infanzia alla secondaria di II grado), con una crescita importante rispetto al 3,5% di 20 anni fa. Da qui le riflessioni dei ricercatori sull’importanza del sistema educativo come contesto nel quale prende forma la vera integrazione, ci si confronta con i limiti del sistema ma si gioca anche la fondamentale partita della costruzione delle aspirazioni possibili delle nuove generazioni.
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Le rilevazioni della Fondazione evidenziano tuttavia come a tale stabilità corrisponda una percezione generale distorta, basata su narrazioni emergenziali e discorsi allarmati che dominano il dibattito pubblico, con una polarizzazione a senso unico sui temi della sicurezza e dell’esternalizzazione delle frontiere.

La conoscenza (e i fatti) contro la paura
ISMU si interroga, e ci interroga, su come la conoscenza scientifica possa contribuire a creare un futuro meno conflittuale. Nicola Pasini, segretario generale della Fondazione, ha ricordato infatti che, come mostrava George Simmel, quando vi è un clima di paura le persone sono portate ad identificarsi in un gruppo, aumentando la conflittualità contro quelli che vengono identificati come “altri”; quando la paura diminuisce, al contrario, le barriere tra i gruppi si fanno più permeabili e aumenta lo spazio per l’empatia, si passa dalla predestinazione dell’appartenenza ai “simili” alla possibilità di scegliere collocazioni ed appartenenze.
I dati raccolti nel rapporto affrontano anche la questione della criminalizzazione della solidarietà, che risulta effettuata con un obiettivo di deterrenza. I procedimenti penali contro chi “si macchia” di operazioni di solidarietà, dopo essersi protratti mediamente per circa 3 anni, si concludono con l’assoluzione o con l’archiviazione per mancanza di reato. Eppure tali vicende vengono spettacolarizzati nel caso di cittadini europei, portando ad un clima di ostracizzazione di chi opera per la solidarietà, tanto che i numeri registrano la sostanziale scomparsa del modello dell’accoglienza diffusa in famiglia.
I sociologi e gli esperti di Fondazione ISMU hanno più volte sottolineato che questo contesto di stabilità si configura come il momento giusto per progettare e dedicarsi alle questioni sostanziali e strutturali, visto che le energie non sono assorbite dalla necessità di governare emergenze come più volte accaduto negli anni ‘10: i numeri infatti dimostrano che di emergenze al momento non ce ne sono.
Tra opportunità e barriere normative
Con un po’ di amarezza, da operatori sociali ci viene da aggiungere che sarebbe il momento di dedicarsi a progettare con serenità il futuro, ma purtroppo le recenti novità normative, e quelle ancora a venire nei prossimi mesi, rischiano rischiano di produrre proprio quelle condizioni emergenziali che oggi i dati smentiscono. Ad esempio, si pensi alla prossima entrata in vigore del nuovo regolamento europeo in materia di migrazione e asilo, a giugno 2026, che rischia di restringere significativamente gli spazi di regolarizzazione dei migranti tramite le procedure della protezione internazionale, ad oggi l’unica via di regolarizzazione per chi si trova già nel paese o per chi, pur arrivato con un regolare visto per lavoro, si ritrova forzatamente nell’irregolarità per effetto di decreti flussi fallaci o, per essere benevoli, quantomeno inefficaci (meno dell’8% delle persone arrivate in Italia con regolare visto per impiego è riuscito davvero ad ottenere un permesso di soggiorno per lavoro).
Accoglienza e integrazione, il sistema SAI
La speranza è tuttavia che, in tale contesto di generale riduzione dei diritti e delle opportunità, ci venga in supporto la consapevolezza che il nostro ruolo di operatori sociali ci dà ancora la possibilità di incidere sulle dinamiche che abbiamo illustrato, opponendo al clima di paura la costruzione di opportunità con e per le donne e gli uomini che accogliamo, rispondendo alle tendenze di polarizzazione sociale con le nostre capacità professionali nel facilitare la creazione di legami significativi. Come ricordato anche durante la presentazione del Rapporto ISMU, il sistema SPRAR, oggi SAI, rappresentava un modello di eccellenza a livello europeo in materia di accoglienza e integrazione dei migranti; per quanto negli ultimi 15 anni si sia cercato di smantellarlo, limitando ad esempio significativamente la platea di potenziali beneficiari e lasciando ad oggi nell’incertezza centinaia di persone che avrebbero diritto ad un posto in accoglienza. Ma laddove i SAI esistono e resistono, laddove i Comuni scelgono di continuare a investire in politiche di accoglienza e integrazione, laddove abbiamo l’opportunità di lavorare con il mandato specifico ed esplicito di accompagnare i migranti più fragili nella riconquista della propria autonomia e nel diventare parte viva del tessuto sociale locale, ecco che ci viene dato il potere e la responsabilità di mostrare che percorsi di immigrazione di successo in Italia sono ancora una normalità possibile. In ultima analisi, possiamo costruire ponti invece di barriere.

