Notizie 

Ci sei? Technoference: quando la tecnologia entra nella relazione tra genitori e figli

Set 28, 2026 | Minori e famiglia

Che cosa ci dicono le ricerche più recenti e perché la risposta non è la colpa, ma la consapevolezza

di Paola Barachetti, Direttrice tecnica Area Formazione Cooperativa sociale Il Melograno
Con la collaborazione di Marco Podetti

Per fluidità di lettura in questo articolo il plurale maschile è usato in forma inclusiva, riferito a persone di ogni genere.

Ci sono assenze che non hanno bisogno di una porta che si chiude. A volte bastano pochi centimetri: quelli che separano uno sguardo da uno schermo.

Una madre gioca con la sua bambina di 9 mesi: sono una di fronte all’altra, si guardano, si toccano, si cercano con il corpo e attraverso vocalizzi che entrambe sembrano riconoscere. Nel frattempo, fuori dalla scena, due apparecchi per l’elettroencefalogramma monitorano contemporaneamente la loro attività cerebrale. Dopo due minuti alla madre viene chiesto di prendere il proprio smartphone, guardare lo schermo e smettere di rispondere alla bambina: niente parole, niente sguardi, niente gesti. Terminati quei due minuti può tornare da lei, riprendere il gioco, ritrovarla.

Non siamo dentro una scena immaginaria, ma nella procedura, che abbiamo semplificato, di uno studio pubblicato nel 2026 su Scientific Reports dall’Università di Tilburg, che ha coinvolto 33 coppie madre-bambino, con bambini tra i 5 e i 12 mesi[1]>.

L’esperimento riprende e adatta lo Still Face Paradigm, il celebre paradigma ideato alla fine degli anni Settanta da Edward Tronick e colleghi[2] per studiare come i bambini molto piccoli reagiscono all’improvvisa interruzione della reciprocità nell’interazione con il caregiver, dimostrando come siano, fin dai primi mesi di vita, partecipanti attivi della relazione e quanto la regolazione emotiva si costruisca dentro allo scambio reciproco con il caregiver. Nel lavoro del 2026 il paradigma viene modificato in un punto decisivo: la madre non resta semplicemente immobile e inespressiva, ma scompare dentro uno smartphone. Gli esiti sono sorprendenti: durante le fasi in cui la madre interrompe l’interazione per concentrarsi sul telefono, la sincronizzazione tra la sua attività cerebrale e quella della bambina diminuisce significativamente. Quando posa lo smartphone e torna nella relazione, la sincronia risale, arrivando persino a superare i livelli registrati prima delle interruzioni. I ricercatori parlano di brain-to-brain synchrony: un indice elettrofisiologico che misura la coordinazione temporale dell’attività cerebrale delle due persone durante lo scambio.

C’è in questo studio una buona notizia: non tanto il fatto che l’interruzione non esista, ma la possibilità della relazione di ripararsi. La sintonizzazione può rompersi e può ricomporsi, segnalandoci che possiamo perderci per qualche istante o più, ma possiamo anche ritrovarci.

È da questo movimento che vale la pena partire, per parlare di technoference, di quei brevi o meno brevi momenti nei quali siamo fisicamente accanto ai nostri figli, ma, anche inconsapevolmente altrove. Resta il corpo, ma la mente, le emozioni, la sensibilità e l’attenzione non ci sono.

Note

[1] van den Heuvel, M. I., Mosińska, A., Turk, E., & Alimardani, M. (2026). Maternal technoference decreases brain-to-brain synchrony during mother-infant interaction. Scientific Reports, 16(1), 6421.

[2] Tronick E.Z., Als H., Adamson L., Wise S., Brazelton T.B. (1978). The infant’s response to entrapment between contradictory messages in face-to-face interaction. American Academy of Child Psychiatry, vol. 17(1), 1-13.

Quando le tecnologie entrano nella relazione con i figli

Il termine technoference nasce dall’unione di technology e interference e viene introdotto nella letteratura da Brandon e McDaniel, studiosi delle relazioni familiari e dell’impatto delle tecnologie sulla vita quotidiana. Nel capitolo pubblicato nel 2015 in Family Communication in the Age of Digital and Social Media[1], McDaniel utilizza il termine per descrivere i momenti nei quali i dispositivi tecnologici si inseriscono, interrompono o ostacolano la comunicazione e le interazioni nella vita familiare. L’anno successivo, insieme a Sarah M. Coyne[2], lo applica in uno studio sulle relazioni di coppia, analizzando quelle intrusioni e interruzioni – spesso quotidiane e non intenzionali – attraverso le quali la tecnologia entra nel tempo condiviso e nello scambio tra le persone. Il concetto viene poi esteso allo studio delle relazioni tra genitori e figli: una notifica nel mezzo di una conversazione, una mail letta mentre nostro figlio ci sta raccontando qualcosa, lo sguardo che scivola sul telefono mentre giochiamo, durante un pasto, mentre allattiamo, mentre un adolescente prova a dirci qualcosa.

Ma usare uno smartphone in presenza di un figlio non significa necessariamente produrre technoference:  una recente riflessione pubblicata sul Journal of Child Psychology and Psychiatry[3] mette in guardia dalla confusione tra concetti diversi: uso del telefono in compresenza, phubbing, distrazione digitale e technoference vengono spesso trattati come sinonimi, ma non lo sono: ciò che li distingue non è la semplice presenza del dispositivo, ma il fatto che il suo utilizzo interferisca o meno nell’interazione genitore-figlio. L’uso del telefono in compresenza — co-present smartphone use — è il termine più neutro: significa semplicemente usare il telefono mentre un’altra persona è presente; posso controllare l’orario di un treno mentre mio figlio è accanto a me, senza interrompere alcuno scambio. Il parental phone use while parenting è un concetto ancora più ampio e comprende qualunque utilizzo del telefono mentre ci si sta occupando dei figli: non implica, di per sé che ci sia un’interferenza. Il phubbing — fusione di phone e snubbing, cioè “snobbare” qualcuno a favore del telefono — mette invece al centro una dimensione propriamente relazionale: l’altra persona viene ignorata o percepisce di esserlo perché lo smartphone cattura l’attenzione dell’interlocutore. La parental screen distraction indica i momenti in cui il caregiver viene distratto dal proprio comportamento genitoriale perché impegnato con uno schermo. Infine, la technoference mette a fuoco l’interruzione: come la tecnologia — smartphone, tablet, computer, televisione — si inserisce, entrando nel vivo della relazione.

La differenza sposta radicalmente la domanda, che non è più centrata sull’utilizzo del cellulare davanti al figlio, ma su cosa succede alla relazione mentre il genitore è nel mondo digitale.

Partiamo dalla considerazione che tecnologie e smartphone vengono utilizzati per lavorare, cercare informazioni, mantenere legami, chiedere aiuto, orientarsi, organizzare la vita familiare, riempire una solitudine, alleggerire una fatica e molto altro. É un mondo, quello digitale, nel quale siamo tutti immersi e che, negli ultimi anni, è stato raccontato spesso da visioni estreme: come promessa di salvezza o come origine di trasformazioni irreversibilmente negative e irreparabili.

Nel 2026 l’American Academy of Pediatrics supera una lettura del digitale fondata soltanto sul tempo trascorso davanti agli schermi, proponendo un modello nel quale bambini, adolescenti, caregiver, ambiente digitale e più ampi sistemi sociali, sono considerati all’interno dello stesso ecosistema digitale[4]. Un ecosistema che, quando è progettato tenendo conto dei bisogni evolutivi di bambini e ragazzi, può sostenere apprendimento, benessere e  relazioni; quando invece privilegia il coinvolgimento e la commercializzazione, può favorire un uso prolungato e sottrarre spazio ad esperienze importanti per lo sviluppo, così come al sonno, al movimento, al gioco, alle relazioni.  Secondo l’AAP infatti, i media digitali possono agire come un “connettore” o un “dis-connettore” delle relazioni, a seconda di come entrano nelle nostre vite.

Non si tratta dunque di demonizzare, ma quanto di capire quando la tecnologia prende il posto di una presenza umana, di una relazione significativa, dello sguardo di colui o colei che è punto di riferimento centrale per la crescita.

Note

[1] McDaniel, B. T., & Bruess, C. J. (2013). Technoference”: Everyday intrusions and interruptions of technology in couple and family relationships. Family communication in the age of digital and social media.

[2] McDaniel, B. T., & Coyne, S. M. (2016). “Technoference”: The interference of technology in couple relationships and implications for women’s personal and relational well-being. Psychology of popular media culture, 5(1), 85.

[3] Frackowiak, M., Ochs, C., Wolfers, L., & Vanden Abeele, M. (2024). Technoference or parental phubbing? A call for greater conceptual and operational clarity of parental smartphone use around children. Journal of Child Psychology and Psychiatr, 65(8), 1108-1114.

[4] Munzer, T., Parga-Belinkie, J., Milkovich, L. M., Tomopoulos, S., Ajumobi, T., Cross, C., … & Psych, R. (2026). Digital ecosystems, children, and adolescents: policy statement. Pediatrics, 157(2), e2025075320.

Non è solo lo schermo, quanto l’attenzione

Un esperimento condotto nel 2024 in Svizzera, rende più complesso il quadro: 52 diadi genitore-bambino, con bambini tra i 12 e i 36 mesi, vengono osservati durante il gioco: dopo cinque minuti di gioco libero, ad alcuni genitori viene chiesto di compilare un questionario su un tablet, ad altri di compilare lo stesso questionario ma in versione cartacea, mentre ad un terzo gruppo viene data l’indicazione di continuare a giocare senza interruzioni.

Gli esiti mostrano che, quando il genitore viene distratto, la qualità dell’interazione diminuisce: si riducono la sensibilità ai segnali del bambino e la reciprocità dello scambio, aumenta il ritiro del piccolo e diminuiscono significativamente sia la quantità, sia la varietà delle parole prodotte dal genitore. Ma il risultato più interessante è un altro: tra la distrazione prodotta dal tablet e quella prodotta dal foglio di carta non sono emerse differenze significative. A fare la differenza, nelle condizioni di questo esperimento, sembra quindi essere l’interruzione dell’attenzione, più che la natura digitale o non digitale dell’attività che la provoca.

Quindi, verrebbe da chiedere, il problema non esiste? Tutt’altro. E per diverse ragioni. Un foglio di carta non riceve notifiche, non ha un’illuminazione e non contiene il nostro mondo: lavoro, amicizie, fotografie, notizie, banca, supermercato, giochi, cinema, chat di famiglia, amicali e professionali. E certamente non richiama continuamente la nostra attenzione.  A fare la differenza, nel contesto sperimentale è l’interruzione dell’attenzione, non la natura digitale dell’oggetto che la provoca[1].

Questo risultato, insieme ad altri che negli ultimi anni hanno reso sempre più consistente la letteratura sul tema, sposta la domanda e ci obbliga a mettere a fuoco dove stia davvero il problema. Perché la distrazione non è nata con lo smartphone e i genitori sono sempre stati attraversati dal lavoro, dalla stanchezza, dalle preoccupazioni, da altri figli da accudire, da un libro, una telefonata; da pensieri capaci di portarli lontano, anche restando nella stessa stanza, immobili. E nessun bambino è cresciuto sotto uno sguardo adulto continuo, perfettamente disponibile, senza interruzioni. Ma con le tecnologie c’è una differenza, perché il foglio resta fermo finché non lo prendiamo, lo smartphone invece calamita costantemente la nostra attenzione; in certo qual modo ci cerca continuamente: vibra, si illumina, chiama, ricorda, segnala, suggerisce. Ci fa vivere situazioni emotivamente intense proponendoci foto e ricordi presenti e passati; ci mostra un video prima ancora che abbiamo deciso se vogliamo vederlo. E, soprattutto, sta sempre con noi.

Nel 2024 62 genitori di bambini in età prescolare hanno consentito ai ricercatori di monitorare direttamente l’attività dei propri smartphone. Ricevevano in media 293 notifiche al giorno e attivavano il telefono 93 volte, ma – curiosamente, né la durata complessiva dell’utilizzo, né il numero assoluto delle notifiche risultavano associati allo stress quotidiano. Lo erano invece i device-initiated pickups, cioè le volte in cui era una notifica del dispositivo a indurre il genitore ad attivare il telefono: nei giorni in cui queste attivazioni erano più frequenti, i genitori riferivano livelli maggiori di stress. Una differenza apparentemente sottile, ma importante perché suggerisce che non conta soltanto quanto utilizziamo la tecnologia, ma anche quanto spesso è il dispositivo stesso a interrompere ciò che stiamo facendo[2].

Le nuove indicazioni dell’American Academy of Pediatrics nascono anche da questa consapevolezza: notifiche, autoplay, scorrimento infinito, sistemi di raccomandazione e algoritmi che ottimizzano l’engagement non sono elementi decorativi delle piattaforme, ma costituiscono l’architettura dell’ambiente digitale nel quale adulti e ragazzi cercano quotidianamente di esercitare il proprio autocontrollo.  Per questo dire semplicemente a un genitore o a un adolescente «devi imparare a controllarti» rischia di essere una risposta terribilmente povera a un problema molto più complesso.

Note

[1] Chamam S., Forcella A., Musio N., Quinodoz F., Dimitrova N. (2024). Effects of digital and non-digital parental distraction on parent-child interaction and communication. Frontiers in Child and Adolescent Psychiatry, 3, 1330331

[2] Munzer, T. G., Miller, A. L., Weeks, H. M., Kaciroti, N., & Radesky, J. (2024). Greater mobile device‐prompted phone pickups are associated with daily parent stress. Acta Paediatrica, 113(8), 1868-1875

Che cosa accade in particolare ai bambini molto piccoli?

Nei primi anni di vita la questione acquista un significato particolare, perché buona parte dello sviluppo passa proprio attraverso uno scambio fatto di sguardi, vocalizzazioni, gesti, contatto, imitazione e risposte reciproche. Una revisione sistematica[1] pubblicata nell’agosto del 2026 su Infant Behavior and Development[2] ha raccolto 16 studi empirici sulla technoference nei bambini tra 0 e 24 mesi, mostrando come le interruzioni digitali dell’interazione si accompagnino, nei più piccoli, ad un aumento delle emozioni negative, dei comportamenti di protesta e dell’evitamento dello sguardo; alcuni dati fisiologici mostrano inoltre una riduzione dell’attività parasimpatica e della sincronizzazione cerebrale tra adulto e bambino. E ancora, durante i momenti dedicati all’alimentazione la distrazione digitale è associata ad un minor contratto visivo e ad una minore sensibilità verso i segnali del piccolo. Infine l’esposizione abituale a livelli più elevati di technoference risulta anche correlata, in alcuni studi, ad una più difficile regolazione emotiva dopo l’interruzione[3]. L’allattamento è uno dei primi fondamentali momenti in cui la relazione prende forma: nella ripetizione quotidiana della poppata il bambino non si nutre solamente, ma entra in contatto con un corpo, una voce, un volto che risponde ai suoi segnali. Winnicott[4] ha descritto il volto materno come uno dei primi “specchi” attraverso i quali il bambino fa esperienza di sé; Bowlby [5] e Ainsworth [6] hanno mostrato; quanto la disponibilità e la responsività della figura di accudimento siano centrali nella costruzione della sicurezza; Stern[7] ha raccontato la relazione precoce come una trama finissima di sguardi, pause, vocalizzazioni, avvicinamenti e risposte reciproche. Lo sguardo, durante l’allattamento, come in molti altri momenti importanti dello sviluppo fisico e psicologico di un bambino, appartiene a questa trama: è uno dei modi attraverso cui i bambini imparano cosa significa essere visto, riconosciuto, accudito e protetto, accolto nella mente dell’altro.

Ampliando lo sguardo, una sintesi recente ha provato a ricomporre il quadro oltre i singoli esperimenti: nel 2025 JAMA Pediatrics[8] ha pubblicato una revisione sistematica che ha incluso 30 studi: di questi 21, con complessivi 14.900 bambini sotto i 5 anni e provenienti da dieci Paesi, sono entrati nelle meta-analisi[9], che mostrano come un maggiore uso della tecnologia da parte dei genitori in presenza del bambino risulti associato a esiti mediamente meno favorevoli sul piano cognitivo, sui comportamenti pro-sociali e ad una minore qualità dell’attaccamento, oltre che a livelli maggiori di problemi internalizzanti, esternalizzanti e di tempo trascorso davanti agli schermi. Le associazioni sono però di piccola entità e, considerata la natura prevalentemente osservazionale degli studi, non consentono di stabilire un rapporto causale, né di prevedere gli esiti per il singolo bambino.

Nel loro insieme le ricerche richiamate indicano associazioni tra interferenza tecnologica, qualità della relazione e diversi indicatori di sviluppo ed è proprio questo il punto in cui, a mio avviso, la prudenza scientifica nono dovrebbe essere confusa con la banalizzazione o con la minimizzazione: se un comportamento è diventato quotidiano, diffuso e può essere ripetuto più e più volte nell’arco di una giornata e se coinvolge una dimensione fondamentale come l’attenzione che l’adulto offre al bambino, non abbiamo bisogno di attendere la prova dell’esistenza di un danno irreversibile prima di iniziare ad occuparcene. Il senso della prevenzione sta proprio qui: la ricerca non ci consegna una sentenza, ci consegna un segnale di attenzione.

Note

[1] Studio scientifico che raccoglie, valuta e sintetizza in modo rigoroso tutte le evidenze disponibili intorno ad una specifica domanda di ricerca

[2] Vélez, W. A. Z., Quinde, G. A. L., Santacruz, M. F. R., & Bailón, W. G. B. (2026). The impact of technoference and the digital still-face on socioemotional development in infants (0–24 months): A systematic review. Infant Behavior and Development, 84, 102234.

[3] Zambrano Vélez W.A. et al. (2026). The impact of technoference and the digital still-face on socioemotional development in infants (0–24 months): A systematic review. Infant Behavior and Development, 84, 102234.

[4] Winnicott D.W. (1971). Playing and Reality. London: Tavistock. Mirror-role of Mother and Family in Child Development.

[5] Bowlby J. (1982). Attachment and Loss: Retrospect and Prospect. American Journal of Orthopsychiatry, 52(4), 664–678.

[6] Ainsworth M.D.S., Blehar M.C., Waters E., Wall S. (1978). Patterns of Attachment: A Psychological Study of the Strange Situation. Hillsdale, NJ: Erlbaum.

[7] Stern D.N. (1985). The Interpersonal World of the Infant: A View from Psychoanaysis and Developmental Psychology. New York: Basic Books

[8] Toledo-Vargas M., Chong K.H., Maddren C.I., Howard S.J., Wakefield B., Okely A.D. (2025). Parental Technology Use in a Child’s Presence and Health and Development in the Early Years: A Systematic Review and Meta-Analysis. JAMA Pediatrics, 179(7), 730–737.

[9] Metodo statistico che combina quantitativamente i risultati di più studi comparabili, integrando le diverse stime per ottenere una stima complessiva.

Quando i figli diventano grandi  non smettono di guardarci

Con l’adolescenza cambia quasi tutto: cambiano il corpo, il linguaggio, il bisogno di autonomia, il modo in cui i figli si relazionano ai propri genitori. A volte sembrano non avere più bisogno di noi, non ci cercano più. Eppure continuano  a guardarci e, mentre chiediamo loro di lasciare il telefono durante la cena, vedono il nostro accanto al piatto. Mentre spieghiamo che non possono passare la serata a rispondere ai messaggi, ci vedono interrompere una conversazione perché è arrivata una mail o una telefonata importante. Mentre diciamo che la vita vera è fuori da TikTok o da Instagram, il nostro sguardo scivola per la quinta volta verso una notifica.

L’educazione digitale, anche quando non ce ne accorgiamo, passa da lì: da ciò che facciamo prima ancora che da ciò che diciamo.

Nel 2025 una meta-analisi pubblicata sul Journal of Medical Internet Research[1] ha raccolto 53 studi per complessivi 60.555 bambini, adolescenti e giovani con un’età media di circa 14 anni. La grande maggioranza degli studi – 50 su 53 – era stata condotta in Cina, un limite che gli stessi autori sottolineano rispetto alla generalizzabilità dei risultati. L’associazione complessiva tra technoference genitoriale e uso problematico dei media da parte dei figli è risultata significativamente più forte quando la technoference riguardava entrambi i genitori rispetto a quando era riferita soltanto alla madre o al padre. Va inoltre ricordato che 46 dei 53 studi erano trasversali e solo 7 longitudinali [2], elemento che non consente di stabilire un rapporto causale.

Un altro studio longitudinale particolarmente interessante, sempre nel 2025, ha valutato 1.664 adolescenti in due momenti diversi a distanza di alcuni mesi e, anche in questo caso, i risultati hanno  mostrato una relazione bidirezionale: la technoference genitoriale rilevata al primo momento prediceva un maggiore utilizzo problematico del cellulare negli adolescenti e, nella direzione opposta, l’utilizzo problematico del cellulare degli adolescenti prediceva la successiva technoference dei genitori. L’attaccamento sia alla madre, sia al padre, partecipava a questa dinamica, mediando longitudinalmente la relazione reciproca tra i due fenomeni.  

Il dato suggerisce di non immaginare una linea retta che va dal comportamento del genitore alle conseguenze sul figlio, ma una relazione nella quale i comportamenti dell’uno e dell’altro si intrecciano nel tempo: un adolescente che si ritira sempre più nel proprio mondo online e un genitore che viene continuamente richiamato dal proprio telefono non abitano due problemi separati, ma la stessa relazione, nella quale entrambi possono progressivamente trovarsi più lontani. Ma l’interesse di questo studio risiede anche nel fatto che ci invita a sottrarci da una semplificazione che cerca nel genitore il “colpevole”. Nella realtà delle nostre vite, in cui ambienti digitali e non digitali sono ormai profondamente intrecciati è riduttivo immaginare da una parte genitori distratti  o – peggio – non sensibili e responsivi e, dall’altra, figli che ne subiscono gli effetti. Credo che lo sguardo più interessante sia quello sistemico, capace di leggere i comportamenti all’interno di sistemi familiari; relazioni nelle quali ciascuno influenza ed è influenzato dall’altro. Un adolescente che si ritira nel proprio mondo online può contribuire ad aumentare la distanza e il senso di frustrazione del genitore; allo stesso modo, un genitore continuamente rapito dal proprio telefono o dal proprio computer, può impoverire quello spazio relazionale nel quale un adolescente cerca ascolto, regolazione. Cerca, ancora, di essere visto.

Note

[1] Zhang, J., Zhang, Q., Xiao, B., Cao, Y., Chen, Y., & Li, Y. (2025). Parental technoference and child problematic media use: Meta-analysis. Journal of Medical Internet Research, 27, e57636.

[2] Studi che osservano gli stessi soggetti o fenomeni nel tempo per analizzare i cambiamenti, evoluzioni e relazioni causali tra le variabili.

E gli adulti in tutto questo?

La technoference non può essere considerata una “colpa” dei genitori, perché anche il mondo degli adulti vive pienamente nell’era digitale e i genitori utilizzano il telefono per lavoro, per essere reperibili, per mantenere le relazioni, per contrastare solitudine, stanchezza, noia; talvolta anche per il bisogno di staccare dalle responsabilità e per concedersi uno stacco mentale. Il dispositivo può offrire in tal senso uno spazio di evasione rapida e sempre disponibile da un compito di cura che, per quanto amato, può essere vissuto anche con fatica, frustrazione, stanchezza.

La chiave di lettura sta quindi nella consapevolezza e nella possibilità di interrogarsi, più che nella condanna intransigente. Anche per gli adulti infatti, il rapporto con la tecnologia si intreccia con la fatica, con la regolazione delle emozioni, con il bisogno di staccare e, talvolta, con modalità di utilizzo che diventano difficili da controllare. È un dato di realtà che ci costringe a togliere la technoference dal territorio dei buoni propositi per riportarla nella vita reale quotidiana, nella possibilità consapevole di imparare a gestire la tecnologia che utilizziamo e, quando necessario, di riconoscere un uso problematico e chiedere aiuto. Il senso di colpa, oltre a non essere un buon consigliere, non serve.  

La strada allora può essere quella della responsabilità, che apre alla possibilità di dirsi: posso accorgermene e posso scegliere di fare qualcosa di diverso. Ed è forse questo lo spazio educativo che ci interessa percorrere: non chiedere a madri e padri di essere perfetti, né di diventare genitori analogici in un mondo digitale, ma accompagnarli a riconoscere quanto potentemente la tecnologia solleciti la nostra attenzione e ad abitare con maggior consapevolezza l’intreccio tra vita online e vita offline, ritrovando spazio per l’attenzione e per la presenza nella relazione che, come dicevamo, non significa non staccarsi mai, ma riuscire a tornare.  

La presenza non è non distrarsi mai, ma saper ritornare

Le indicazioni delle società scientifiche stanno andando proprio in questa direzione: nel 2026 la Società Italiana di Pediatria ha raccomandato di proteggere dai dispositivi alcuni momenti della vita familiare, in particolare il momento dei pasti e quello che precede l’addormentamento, mantenendo al centro, nella relazione con i figli, monitoraggio, dialogo e attività capaci di offrire esperienze alternative agli schermi: movimento, vita all’aperto, gioco e lettura[1].

Parallelamente l’American Academy of Pediatrics invita a costruire regole familiari che coinvolgano anche gli adulti e a non concentrarsi solo sulla quantità di tempo  trascorso davanti agli schermi, ma anche sulla qualità dei contenuti, sul contesto nel quale vengono utilizzati e sulle esperienze che l’uso del digitale può sostituire[2].

Tradurre queste indicazioni nella vita quotidiana non significa immaginare famiglie senza tecnologia, ma imparare a decidere con maggiore consapevolezza quando e come farla entrare nelle relazioni, identificando anche degli spazi detox. Alcune possibilità molto concrete:

  • proteggere alcuni territori della relazione: un pasto, il momento in cui ci si ritrova la sera, una conversazione importante, il gioco con un bambino piccolo;
  • togliere al telefono il potere di decidere continuamente quando interromperci, disattivando notifiche non indispensabili o utilizzando la modalità non disturbare;
  • rendere visibile l’interruzione: “devo rispondere a questo messaggio, poi torno da te”, e soprattutto tornare davvero;
  • costruire regole che valgano anche per gli adulti, perché è difficile insegnare un limite che noi per primi mostriamo di non possedere;
  • entrare nella vita digitale dei figli, non soltanto sorvegliarla: conoscere ciò che guardano, parlarne, condividere contenuti, comprendere insieme la logica delle piattaforme e degli algoritmi, chiedere come sta, come è andata la giornata nella vita online e in quella offline.

Possono essere questi dei modi per proteggere qualcosa che esisteva prima degli smartphone e continuerà ad esistere dopo qualunque futura rivoluzione tecnologica: la possibilità di avere accesso emotivo alle persone dalle quali dipendiamo e che amiamo.

Torniamo allora alla madre e alla bambina dell’inizio.

Per due minuti una guarda uno schermo e l’altra cerca il suo sguardo. Poi il telefono viene posato. Gli occhi si incontrano di nuovo. I corpi riprendono quel dialogo che esisteva prima dell’interruzione e perfino due tracciati EEG sembrano, a modo loro, raccontare il ritorno.

Non sappiamo ancora tutto della technoference, ma sappiamo abbastanza per non ignorarla. Sappiamo che l’interruzione dell’attenzione modifica la qualità dello scambio, che nei bambini piccoli produce reazioni osservabili. Sappiamo che nelle ricerche più ampie la technoferecne si associa a diversi indicatori di sviluppo; che durante l’adolescenza entra in relazione con il modo in cui i ragazzi utilizzano a loro volta la tecnologia. E sappiamo che gli adulti non sono osservatori esterni di questo processo, ma vivono nello stesso ambiente che dovrebbero insegnare ad abitare.

Forse allora la domanda non è se riusciremo a crescere bambini e adolescenti senza smartphone, perché quel mondo non esiste più. E non è nemmeno se riusciremo a non distrarci, perché non è umanamente possibile.  Le domande potrebbero essere invece altre:  Quando la tecnologia ci porta altrove, sappiamo tornare? Quando un figlio alza gli occhi e ci cerca, siamo raggiungibili?

Quando una bambina dice “guarda”, quanto tempo passa prima che i nostri occhi arrivino?

In fondo, una parola nuova che definisce un fenomeno profondamente contemporaneo, la technoference, ci riporta a una domanda antichissima: Ci sei?

E forse una parte importante del nostro compito di adulti, di genitori, continua ad essere la possibilità di rispondere, il più delle volte, Sì. Ci sono.

Note

[1] Bozzola, E., Irrera, M., Barni, S., Caruso, C., Leccese, B., Franzese, E., … & Agostiniani, R. (2026). Digital media exposure and pediatric health: the recommendations from the Italian Society of Pediatrics Digital Dependency Commission. Italian Journal of Pediatrics, 52(1), 30.

[2] Munzer, T., Parga-Belinkie, J., Milkovich, L. M., Tomopoulos, S., Ajumobi, T., Cross, C., … & Psych, R. (2026). Digital ecosystems, children, and adolescents: policy statement. Pediatrics, 157(2), e2025075320.

Articoli correlati

Scopri tutti i nostri servizi e progetti

Il Melograno è anche Formazione