In occasione della giornata di studi “La frontiera (im)mobile di Milano Ovest”, promossa nell’ambito del World Anthropology Day 2026, la Cooperativa Il Melograno ha portato l’esperienza della comunità mamma-bambino del Borgo sostenibile di Figino all’interno del dibattito antropologico e sociale sulla città. Un intervento che ha messo al centro il rapporto tra mobilità e abitare, raccontando un modello di accoglienza che intreccia tutela, relazioni e modelli di welfare integrato nel territorio di Milano Ovest.
Quando parliamo di mobilità oggi non ci riferiamo solo allo spostamento fisico delle persone, ma a una condizione che attraversa le vite, le relazioni e i modi di abitare i luoghi. Mobilità significa attraversare confini geografici, sociali, simbolici e ridefinire continuamente il proprio rapporto con lo spazio, con gli altri e con sé stessi.
È dentro questa tensione tra mobilità e abitare che si colloca l’esperienza della Cooperativa sociale Il Melograno, e in particolare quella del Borgo sostenibile di Figino, che rappresenta per noi un caso centrale, una sorta di laboratorio vivente di welfare di prossimità. Lo abbiamo raccontato a Milano il 28 febbraio 2026 partecipando alla giornata di studi antropologici “La frontiera (im)mobile di Milano Ovest”, organizzata nell’ambito del World Anthropology Day 2026, presso il Salone “Claudio Acerbi” di Quinto Romano con la partecipazione di Comune di Milano, Università Bicocca, Italia Nostra, e di diversi enti del Terzo settore operativi sul territorio oltre che a residenti e comitati di quartiere.

Durante il pomeriggio, la coordinatrice dell’Area residenzialità della cooperativa, Angela Creta, ha portato il nostro sguardo e la nostra esperienza all’interno del dibattito antropologico e sociale che attraversa Milano Ovest. Figino non è solo un luogo fisico, ma una frontiera: uno spazio in cui l’abitare non coincide con l’immobilità, ma con la possibilità di radicarsi anche in una fase di transizione, di vulnerabilità, di cambiamento.
Per Il Melograno, abitare non significa semplicemente avere un tetto sopra la testa. Abitare è poter vivere uno spazio che favorisca benessere, relazioni, possibilità di futuro. È un concetto che attraversa la storia della cooperativa, da sempre impegnata nella tutela dei diritti dei bambini, dei ragazzi e delle loro famiglie. Con la fusione del 2016 con il Centro del Bambino Maltrattato, questo approccio si è ulteriormente rafforzato: il nostro modello mette al centro la persona nel suo contesto di vita, riconoscendo quanto l’ambiente abitativo sia determinante per la crescita, la stabilità emotiva e la qualità delle relazioni familiari.
Nel tempo, l’area residenzialità della Cooperativa ha conosciuto una trasformazione profonda. Siamo passati da modelli più istituzionali a forme di accoglienza sempre più leggere, comunitarie e integrate nel territorio. Il percorso che va da Comasina, a via Calatafimi, fino a Figino racconta questo movimento: da un’accoglienza centrata sul luogo a una tutela centrata sulla persona, sulle relazioni e sul contesto di vita. A Figino questo cambiamento prende forma concreta. Qui accogliamo mamme e bambini in situazioni di temporanea vulnerabilità all’interno di appartamenti e di una piccola comunità immersa nel quartiere. Non si tratta di uno spazio separato o protetto in senso tradizionale, ma di un contesto abitativo reale, attraversato da relazioni quotidiane, incontri, scambi.
Il Borgo sostenibile diventa così un vero e proprio dispositivo pedagogico: un luogo che costruisce ponti tra il Terzo settore, la cittadinanza e i servizi, con uno sguardo generativo verso nuove forme di welfare di prossimità. Le mamme e i bambini hanno la possibilità di sperimentare legami extra-familiari supportivi, nel rispetto delle loro storie e dei loro tempi evolutivi.
Chi si occupa di servizi educativi residenziali si occupa inevitabilmente anche di mobilità: di arrivi e di partenze. Le donne che arrivano in comunità portano con sé storie personali e familiari, riti, simboli, usanze, valori. Spesso, però, ciò che le definisce è solo il loro ruolo di madri, chiamate a dimostrare di sapersi prendere cura dei figli in modo “sufficientemente buono”.

La sfida educativa più grande è intercettare la dimensione autentica della donna, non solo per il bene del bambino, ma per comprendere il funzionamento dell’intero sistema familiare. Promuovere autonomia ed emancipazione non significa solo favorire l’inserimento lavorativo, ma sostenere un processo culturale e relazionale che permetta di costruire una progettualità futura. In questo senso, la relazione d’aiuto non propone soluzioni precostituite, ma rimuove ostacoli emotivi, cognitivi e pregiudiziali, rendendo possibile lo sviluppo dell’empowerment genitoriale e dell’emancipazione della donna. Il lavoro educativo diventa un fatto sociale, un dono leggero, che si sviluppa attraverso reti, incontri e possibilità, entrando nello spazio dell’altro con rispetto e delicatezza.
Ne è un esempio la storia di Fatima (nome di fantasia), raccontata da Angela durante la sua relazione. Fatima è una giovane donna marocchina arrivata in Italia dopo un lungo viaggio sognando una vita diversa, una casa, una famiglia, un futuro per sé e per sua figlia. Dopo una relazione che si interrompe, Fatima si rimette in cammino, spostandosi da una città all’altra, fino a essere trovata, insieme alla sua bambina, stremata in una stazione ferroviaria. Da lì inizia un nuovo percorso: la presa in carico da parte dei servizi e l’ingresso in comunità. Oggi Fatima vive a Figino, frequenta una scuola di italiano, si muove nel territorio, si racconta e costruisce, passo dopo passo, una nuova idea di abitare e di genitorialità. La sua è una storia di mobilità, ma anche di ricerca di radicamento.
La genitorialità è un’esperienza bio-culturale: nasce da un fatto biologico, ma si sviluppa dentro cornici culturali e sociali. Le mamme che accogliamo portano modelli educativi, simboli e pratiche diverse. Questo ci interroga continuamente, perché i modelli occidentali non sono assoluti. È nella complessità, nell’ascolto e nel riconoscimento delle differenze che si costruisce una tutela autentica. La famiglia resta il luogo privilegiato di sviluppo dell’identità e dell’appartenenza, anche quando attraversa fragilità profonde. A volte le famiglie suonano musica rock in un concerto di musica classica: c’è dissonanza, complessità, fatica. Ma se ci si ferma ad ascoltare, può nascere una melodia nuova.
Abbiamo chiuso il nostro intervento lasciando aperte alcune domande.
Che futuro immaginiamo per il welfare di prossimità a partire da esperienze come quella di Figino?
Quanto questo modello, così radicato nei territori e nelle relazioni, è replicabile senza perdere la sua dimensione comunitaria?
Sono domande che ci accompagnano ogni giorno e che abbiamo affidato anche agli ospiti del convegno come parte di una riflessione condivisa sul modo di abitare, oggi, i nostri contesti sociali.


