In occasione della Giornata mondiale contro il bullismo e il cyberbullismo, una riflessione sulla risata che può essere un prezioso “lubrificante sociale” ma può anche normalizzare l’esclusione. Per questo è importante per l’educatore saper leggere le varie forme di umorismo, imparando non a spegnere la comicità ma a usarla come ponte
di Donato Loiacono | Coordinatore di servizi
Il 7 febbraio, Giornata mondiale contro il bullismo e il cyberbullismo, ci chiede di metterci in discussione. Di riflettere su cosa va storto nei rapporti sociali tra pari, cosa intacca un buon funzionamento rendendolo disfunzionale. Guardare con occhi diversi, vuol dire cambiare prospettiva. E secondo la letteratura il costrutto su cui – se si parla di bullismo – è importante cambiare prospettiva è quello dell’umorismo.
Nelle scuole e nei servizi educativi trattiamo l’umorismo come un alleato naturale, un lubrificante sociale che scioglie tensioni e crea vicinanza. Ma la ricerca ci ricorda che la risata non è mai neutra: può accogliere, certo, ma può anche ferire, isolare, mettere qualcuno al centro del cerchio… per farlo cadere.
Per questo, a mio avviso, conoscere gli stili dell’umorismo non è un esercizio puramente formale e accademico: è una competenza professionale.
Il 71,4% delle vittime di bullismo indicano come aspetto più spaventoso l’“essere messo in ridicolo”. L’umorismo aggressivo normalizza l’esclusione, la rende socialmente accettabile, perfino divertente
Il modello di Rod Martin e colleghi distingue quattro forme principali di stili umoristici. Due estremamente positivi e preziosi: l’umorismo affiliativo, che crea legami e rende il gruppo un posto più abitabile, l’umorismo auto‑rafforzante, che aiuta a mantenere lucidità e resilienza. E due negativi e pericolosi: l’umorismo auto‑svalutante, in cui ci si mette in ridicolo per essere accettati, e l’umorismo aggressivo, fatto di sarcasmo, prese in giro e battute che colpiscono come frecce.
«Si scherzava solo»: il vaporizzatore retorico
È qui che si nasconde la trappola più subdola. L’umorismo aggressivo funziona spesso grazie a quello che Michael Billig chiama “Just Joking Spray”, che possiamo tradurre in italiano con lo spray del “si scherzava solo”: un vaporizzatore retorico che permette di lanciare un attacco e poi dissolverlo nell’aria, come se nulla fosse. Se la vittima non ride, la colpa si ribalta: “sei tu che non capisci l’ironia, io stavo solo scherzando”. L’offesa evapora, l’adulto rischia di non vederla, e chi la subisce resta intrappolato in un silenzio ancora più pesante. Per quanto possa sembrare drastico, diversi studi hanno individuato una associazione significativa tra i due stili umoristici nocivi (aggressivo e auto-svalutante) e lo sviluppo di sintomi depressivi. E non è un dettaglio!
Il 71,4% delle vittime di bullismo indicano come aspetto più spaventoso l’“essere messo in ridicolo”. L’umorismo aggressivo normalizza l’esclusione, la rende socialmente accettabile, perfino divertente. E quando a usarlo – magari senza intenzione – è un educatore, un professore, un genitore, gli effetti sono immediati: calo del rispetto, aumento della resistenza, incrinatura del patto di fiducia.
Leggere la comicità
Per questo, il compito dell’educatore non è spegnere la comicità, ma imparare a leggerla. Significa riconoscere quando una battuta costruisce e quando ferisce, quando la risata apre e quando chiude. Significa smascherare lo “spray” che rende invisibili le offese e insegnare ai ragazzi a usare forme di umorismo che includono, non che schiacciano.
Parlare di risate, in una giornata dedicata al contrasto al bullismo, può sembrare controintuitivo; in realtà è un atto di responsabilità: perché l’umorismo è un linguaggio potente, e come ogni linguaggio può diventare un’arma o un ponte. Sta a noi decidere quale dei due vogliamo mettere nelle mani delle ragazze e dei ragazzi che accompagniamo.

